mercoledì 31 ottobre 2012

INAUGURAZIONE ANNO 2012-13 UNITRE RIVOLI

Mercoledì 10 abbiamo inaugurato l'anno scolastico Unitre Rivoli 2012/2013.
al teatro CENTRO CONGRESSI messo a disposizione dalle atorità comonali. Erano presenti il sindaco della città Dessì, l'assessore alla cultura ed esponenti  autorevoli della provincia.

Dopo gli inevitabili discorsi delle autorità e la presentazione lella nostra coordinatrice Dott/ Corlando (è stato citato anche il giornalino del nostro Laboratorio di scrittura presente nel sito) è stato presentato un magnifico concerto con 5 strumenti. Musicisti bravissimi e una cantante che hanno eseguito le più belle canzoni di Editt Piaff.
Festa bellissima, presenti  in tantissimi tanto che non sono bastati i posti a sedere del grandissimo teatro.

    Ed ora vi presento due poesie di Rinaldo Ambrosia:



                        
Poesia
Dai, dammi una strofa,
prendimi per mano e fammi sognare.
Portami lontano, sull'onda della fantasia,
leggero come un soffio d'aria.
Volando sulle tue parole,
planando sui tuoi versi.
 
Destino
Riavvolgi il filo dei tuoi giorni,
spazza via le spore degli affanni,
muta i giorni dei lontani travagli,
affinché io possa ancora donare,
riprendendo la gioia d'amare.

venerdì 26 ottobre 2012

Mio caro Paolo. sono tanti giorni che non ti scrivo ma ti pensoo sempre. Vorrei che tu fossi quì anche su quella carozzina. Potevo chiederti qualsiasi cosa e tu lo sapevi. Quando ti chiedevo , come fai a saperlo mi rispondevi l'ho studiato: ma tu non avevi studiato le piante eppure sapevi tutto di loro. Forse il tuo amore per la natura, la tua passione per la caccia non erab tanto per  cacciare ma per ammirare i comportamenti degli animali, camminare in un bosco ed osservare le piante, gli alberi e tra quei rami ammirare l'alba che dipingeva la natura e quando arrivavi a casa, mi raccontavi.
Avessi visto questa mattina all'alba che spettacolo era il Monviso che si stagliava sul cielo che si tingeva d'azzurro. vi erano in giro colori spettacolari ed era per questo che sapevi anche dipingere  e in miniatura rappresentare la natura nei suoi minimi particolari. Grazie per queste cose che sono rimaste indelebili nella mia menoria.  Verrò ancora a raccontarti, ciao Paolo
postato da: maria34 alle ore 06:15
 
    Ricordi? Era l'alba che si vedeva dal nostro balcone e questa foto che ho scattato una mattina, ti era molto piaciuta!!!

lunedì 22 ottobre 2012

Io da piccola con mia sorellina più grande



            Miei pensieri:
Le parole sono di tutti e noi possiamo raccoglierle e giocare con loro disponendole in maniera diversa a secondo del nostro umore e dell'atmosfera che ci circonda in quel determinato momento. Possiamo comunicare agli altri i nostri pensieri le nostre emozioni facendone partecipi i nostri interlocutori.
  A volte viene a trovarci la poesia e fortunati se in quel momento possiamo fermarci ad ascoltare riuscendo a tradurla sulla carta. Una poesia costruita a tavolino non trasmette la stessa emozione di una scaturita spontaneamente dal nostro cuore. A me è capitato poche volte e non sono mai riuscita a cercarla volutamente.

domenica 21 ottobre 2012

La nonna


     NONNA  CATERINA

Non ti ho mai dimenticata.
Eravamo sedute su quel balcone nelle lunghe sere d’estate io e te, nonna.
Tu pregavi. Io sognavo.
Tu pregavi. Io guardavo le stelle.
Quelle stelle, complice il buio, erano nitide e lucenti.
Qualche volta smettevi di pregare e parlavi con me. Mi raccontavi episodi della tua vita quando mi sentivi predisposta ad ascoltarti. Ricordavi cosa avevano raccontato a te da bambina e osservando la luna piena, una sera mi hai fatto notare come in quel disco luminoso si vedesse nitidamente la figura di un uomo che cercava di oscurarla. Mi dicevi “Vedi? È Bertoldo. Con un fascio di sterponi cercava di oscurare la luna e nel tentativo di coprirla, perché gli altri non lo vedessero mentre rubava i covoni di grano, vi rimase attaccato e fu condannato a restarci per l’eternità”.
Io vedevo chiaramente la figura da te indicata e pensavo a quel povero Bertoldo che sicuramente non si trovava a proprio agio in quella scomoda posizione.
Sono poi andati sulla luna, nonna, quando tu non eri più con noi. Quelle ombre non erano di Bertoldo, ma delle montagne ed io non ho potuto dirtelo. Non volevo crederci, ma dimostrarono che era così. In verità lo sapevamo anche prima, ma io preferivo credere a te.
Hanno cominciato così a distruggere i miei sogni.
Tu pregavi. Io fantasticavo.
No, non ricordo amore.
Già da piccola avvertivo che in quel paese non c’era calore, sapevo che sarei dovuta andare via.
Le strade erano di fango e le case non avevano acqua corrente.
Il banditore, a pagamento, annunciava dove andare a comprare i piselli freschi e se in piazza era arrivato il pesce o la frutta di stagione a buon prezzo. Si faceva precedere da due squilli e poi con quanto fiato aveva in gola reclamizzava la merce e il luogo.
I carretti tirati da asini e cavalli, partivano al mattino presto per i campi e tornavano alla sera in fila superando la salita della “curva” oppure quella più ripida della “fonte”.
Fatti importanti ne accadevano pochi, qualche nascita, un matrimonio, le due feste patronali del paese quando arrivavano persino i gelati.
Non dimentico due fatti importanti. Due omicidi a distanza di qualche anno uno dall’altro. La mia piccola mente non poteva concepire come un fratello potesse togliere la vita ad un altro. Non lo capivo. Non c’era amore.
Eppure le persone si sposavano e i bambini nascevano come in ogni altro posto.
Non c’era calore in quel paese, non c’era tenerezza, le carezze erano gesti ai quali gli abitanti non erano avvezzi. Gesti di cui ci si vergognava.
Il fango, il fango abbondava nell’inverno.
L’acqua sporca si buttava dalla finestra, un po’ sparsa perché si asciugasse in fretta. Quando era più abbondante la si portava con una tinozza fino al lato della strada dove veniva rovesciata in una cunetta scavata alla meglio, nella quale scorreva un rigagnolo che provvedeva a convogliare queste acque tutte nella medesima direzione, la “Forma”, un canale artificiale che si trovava a destra del paese.
Non c’era grande povertà e neppure grande ricchezza.
Il fango, tanto fango specialmente se pioveva e poi tantissimo quando subito dopo la guerra si fecero gli scavi per le fognature e per portare l’acqua nelle case.

In quel periodo era possibile camminare per le strade, soltanto grazie alla buona volontà di molti che, spinti dalla necessità, avevano provveduto a posare uno dopo l’altro, dei grossi sassi lungo i percorsi abituali.
Non c’era amore. Poi arrivarono le suore, delle piccole umili suore che si adattarono ai nostri usi e ci insegnarono che c’era l’amore di Gesù.
Accolsi nel mio cuore questo sentimento grande, ma anche questo lo tenni celato come ogni altro sentimento senza mai tradire emozioni che sarebbero sembrate strane.
Contegno, freddezza, rudezza.
Questo è il paese dove sono cresciuta e dove ritorno saltuariamente trovandolo sempre diverso ricordando che: io ero qui quando questa terra era ostile e regalava solo poesia, troppo poco per vivere e troppo per una pace senza risorse.
Ora tutto è in fermento, tutto in costruzione. I volti noti non ci sono più o ne vedi pochi, gli altri, i nuovi arrivati, sono tanti e li vedi padroni di quei tuoi sogni defraudati a te dalla vita che lenta, inesorabile, ti fa guardare avanti ma non ti permette di dimenticare.
Amavo il mare, il suo fragore lontano nelle giornate di burrasca.
Alla sera uscivo sull’uscio di casa e nel buio della notte mi lasciavo rapire da quel rumoreggiare lontano e affascinante che proveniva da quell’enorme massa d’acqua in movimento.
L’Adriatico doveva agitarsi moltissimo se a tre chilometri di distanza ne percepivo un suono così distinto.
In quelle notti il cielo era limpido e il mare si sostituiva alle stelle per regalarmi sensazioni stupende.
La battaglia della vita è ora come quel mare in burrasca.
Il mio mare è lontano, il suo rumore non giunge fino al mio udito.
Quella casa in mezzo agli ulivi non esiste più, le nuove costruzioni l’hanno soffocata; i dintorni hanno subito una trasformazione tale da rendere irriconoscibili quei luoghi ormai vivi solo nella memoria di chi li ha vissuti.
Era un casa dove si era sempre in attesa di qualcuno che doveva arrivare.
Prima la nonna che aspettava suo figlio che viveva al nord, poi mia madre che aspettava noi e di questo aspettare c’era tutta la speranza e il desiderio del ritrovarsi che aiutava a vivere.
Vivere. La vita cos’è.
La bontà cos’è.
La cattiveria cos’è. Cos’è la lontananza.
Spesso mi sono sentita come un’emigrante in patria. Si è sempre emigranti quando si va via, giovanissimi, da dove abbiamo imparato a conoscere, al mattino, da quale parte sorge il sole, e alla sera, dove tramonta. Si diventa senza più riferimenti.
Lontana da quei luoghi, non ho più saputo discernere l’alba e il tramonto, schiacciata tra il cemento e gli affanni.
Quando ho preso il treno, alle quattro del pomeriggio, in quella piccola stazione sulla direttrice Lecce-Milano, lasciavo alle spalle un paese che viveva arroccato sulla prima altura situata a pochi chilometri dal mare. Anche la breve distanza dalla stazione ferroviaria rappresentava un percorso difficile da superare poiché, anche se non sto parlando del medioevo, i mezzi di comunicazione e trasporto con i centri più vicini erano inesistenti.
Si viveva nel silenzio o meglio nel silenzio dei rumori familiari, quelli del fabbro, del falegname, anche quello della macchina da cucire di mia madre, delle campane e dei passi che risuonavano nelle strade.
Nei pomeriggi estivi, il paese dormicchiava e la calura conciliava le pennichelle dei suoi abitanti.

Eugenio suonava il “Vent’unora”, non ne conosco il significato ma allora era il tardo pomeriggio. In tempo di mietitura gli addetti a falciare il grano si fermavano per una merenda.
Poi Eugenio, che era il sacrestano suonava il “Vespro”, l’ “Ave Maria” e terminava la sua fatica chiudendo la porta della chiesa e avviandosi verso casa con un’andatura leggermente curva su un lato e un fare lento e pensieroso.
Suonava poi l’ “alba”, la “missitella”, il “mezzogiorno”.
Le campane scandivano la vita di tutti gli abitanti.
Alla domenica poi, in occasione della “messa cantata” suonavano a distesa.
Mentre queste scampanellavano, le donne in casa erano affaccendate ai fornelli e dalle finestre uscivano profumi di carne sul fuoco, pranzi riservati solo alla domenica poiché durante la settimana, sui deschi imperava solo la pasta asciutta impastata in casa, condita con semplice pomodoro e magari con una spruzzatina di pecorino.
La monotonia del suono delle campane che scandivano il tempo nell’arco della giornata, veniva rotta solamente dal diverso scampanio che annunciava una morte o l’arrivo di nubi minacciose che promettevano vento e grandine magari proprio in prossimità del raccolto del grano coltivato a grande maggioranza.
Il suono che annunciava a tutti la dipartita di uno degli abitanti era greve e lento. Rintocchi tristi che venivano ripetuti più volte a distanza ravvicinata e il numero delle volte era determinato dall’importanza del personaggio.
A quel suono le donne si affacciavano sull’uscio ad interrogarsi.
La vecchia Zia Maria chiedeva a Carmela: “Chi è morto?” “Non so” facevo eco zia Serafina affacciandosi alla finestra.
La nonna si spingeva più in là e arrivava sino in cima alla “ruella” che sbucava sul corso principale. Al primo passante chiedeva e dopo parecchi “non so” che duravano al massimo un quarto d’ora, di rimbalzo arrivava il nome.
Allora, la donna di casa si pettinava i capelli raccolti a crocchia sulla sommità del capo, si metteva un fazzoletto in testa legato sotto il mento, possibilmente nero, e correva a portare il primo saluto della famiglia, ai parenti del morto i quali erano già pronti per ricevere quelle visite seduti attorno al defunto adagiato sul letto allestito per l’occasione con la massima cura.
Alla sera andavano gli uomini, mentre le donne si organizzavano per la veglia notturna.
Prima della guerra non esistevano “thermos”, ma poi arrivarono anche quelli e così il caffè veniva portato caldo per tutti poiché in quella casa, mentre c’era il morto presente non si sarebbe acceso fuoco alcuno per cibi e bevande calde.
Ogni familiare era rigorosamente seduto al posto che gli competeva a fianco del letto, secondo il suo grado di parentela.
La stanza funebre veniva liberata da tutti i mobili trasportabili e al loro posto venivano allineate sedie in gran quantità così che i visitatori trovassero posto a sedere in circolo attorno al letto funebre.
Per quasi due giorni, tutto il paese sfilava e si soffermava in questa stanza come a voler tenere compagnia al morto, per l’ultima volta.
Il motivo non era solo quello; ci si ritrovava un po’ tutti ed era l’occasione per conversare, anche se sommessamente.
Qualcuno si fermava più del necessario per raccogliere maggiori informazioni sugli ultimi avvenimenti degli altri o aspettando magari qualche persona che non vedeva da tempo. A bassa voce si scambiavano notizie sulle loro famiglie e sui fatto dei paese e non di rado, si gettavano le basi per combinare matrimoni tra giovani che neppure si conoscevano, lasciando alla discrezionalità dei genitori valutare la convenienza sociale ed economica di favorire un simile approccio.
  
I componenti della famiglia del malcapitato, a turno, piangevano il morto a voce alta e con una specie di cantilena rievocavano la vita di costui esaltandone le qualità.
Nel caso il defunto in questione, in vita, fosse stato un po’ carognetta verso alcuni familiari, costoro coglievano l’occasione per intercalare le cantilene con frecciatine, più che dirette al morto, dirette alle persone in vita che avrebbero beneficiato dei torti da loro subiti e non raramente i chiamati in causa rispondevano con lo stesso indiretto sistema.
In questi casi l’eco si estendeva fuori dalla stanza, fuori dalla casa, così che i curiosi visitatori diventavano più numerosi per non perdersi le varie battute.
L’avvenimento di una morte si trasformava così in un’occasione per comunicare e conoscere le storie di attualità del paese. Era la televisione o il settimanale scandalistico dell’epoca, un bollettino che veniva ascoltato e riferito a chi non era presente.
Era cronaca rosa, cronaca gialla, argomenti sussurrati con autentico mistero, cronaca nera. Tutto il paese passava sotto i racconti delle croniste del tempo poiché le più informate erano sempre le donne.
La signora “bene” che non usciva mai da casa, mandava la serva a raccogliere informazioni e questa si documentava scrupolosamente per riferire ogni particolare che riteneva potesse interessare la sua “padrona”.
E queste erano poi le notizie sulle quali si sarebbero accentrati tutti i discorsi fino a nuovi avvenimenti.
Eugenio espletava tutte le incombenze relative ai funerali.
Suonava le campane a morto, preparava il catafalco, le sedie in chiesa e non dimenticava niente. Tutto veniva allestito secondo i desideri dei familiare e in proporzione alla retribuzione concordata.
Lui, Eugenio, suonava anche l’organo in verità un po’ sfiatato a causa del mantice ridotto in cattive condizioni e cantava i salmi con un biascicato latino che non era necessario fosse comprensibile; l’unico latino ‘conosciuto’ era infatti quello delle preghiere recitate dagli anziani del paese ascoltando le quali si poteva intendere quanto poco se ne masticasse.
Naturalmente c’era anche il parroco, ma Don Oreste poco si occupava di tali faccende.
Viveva ritirato nella sua casa dedicandosi al proprio arricchimento intellettuale che poteva coltivare anche grazie al fatto che egli possedeva una delle poche radio esistenti in paese che tra l’altro (si diceva che ascoltasse “Radio Londra”) gli permetteva di essere sempre aggiornato sugli ultimi bollettini di guerra.
L’ultimo atto della vita vissuta in quel paese era quello di essere accompagnato dal parroco e da tutti gli abitanti lungo il viale alberato che conduceva al cimitero.
Dal 1944 in poi nei discorso di tutti, gli avvenimenti venivano indicati come accaduti:
-          prima della guerra
-          dopo la guerra.



venerdì 14 settembre 2012

                                                                                               BUON VENERDI?


Mi piacerebbe inviare questa foto a  "fioredicollina" ma non riesco a postarlo sul suo blog. Lei fa una galleria di scrivanie, qui metto la mia:





Non l'ho trovata, alla prossima.  Buona Domenica

giovedì 6 settembre 2012

Teresa

                                          TERESA

   15 Ottobre Santa Teresa D'Avila.
   Vi sono, nel calendario, altri giorni in cui c'è scritto S.Teresa ma era quella la data in cui generalmente la ricordavano amici e parenti. Parenti, quali visto che non aveva più nessuno vicino.
   La unica sorella viveva in Kenia e la posta non sempre arrivava nelle data desiderate. La missione era vicino al lago Rodolfo un posto molto avanzato dove i mezzi di comunicazione non arrivavano ad intervalli regolari ma erano affidati al caso.
   Aprì il portoncino con la chiave e macchinalmente le dita presero in mano la chiavetta piccola, quella per aprire lo sportellino della posta. Un gesto che ripeteva ogni giorno anche se sovente non le serviva poiché dal vetro si intravvedevano solo foglietti pubblicitari.
Salì i quattro gradini che portavano al ripiano dell'ascensore e della cassetta delle lettere la salutava una festosa cartolina raffigurante una bambina con un gran fascio di fiori coloratissimi.
   Aprì lo sportellino e si ritrovò in mano questi fiori beneauguranti, girò e lesse: "Dopo vent'anni" A  D.
   Un tuffo al cuore. Conosceva bene quelle iniziali . Erano veramente passati vent’anni.
   Non era più una ragazzina e non credeva si potesse ancora provare una simile emozione. Le gambe si rifiutavano di avanzare e quei pochi passi che la separavano dall’ascensore li fece a fatica tremando.
   Tutto in quel momento le appariva ovattato come trovarsi in un monco irreale Sì, aprì la porta e  sicuramente la richiuse ma non era sicura dei suoi gesti. Nessuno l’aspettava, viveva sola e poté quindi sedersi e dimenticare che era tornata a casa per mangiare.
Vent’anni prima, un’altra città, un ospedale e l’arrivo di militari dopo la guerra , di ritorno da prigionie e da patimenti subiti.
La voglia, da parte di tutti,  di voler presto dimenticare. Di vivere, di essere allegri come a volersi rifare  di quanto quel conflitto aveva sottratto alla loro gioventù
   Trovarsi giovani tra giovani. Questi ragazzi che tornavano da una guerra che avevano combattuto senza sentirla.
   Teresa su quel divano  ricordava tutto quanto  in anni aveva cercato di dimenticare.
   Quel sole di Ottobre che dal balcone entrava fino a raggiungerla dove era seduta non riusciva a scuoterla, a distoglierla da quel ricordo che aveva rimosso e che ora prepotentemente  ritornava.
   Si alzò, guardava quel telefono e temette che squillasse, sentiva che sarebbe arrivata una telefonata e ne era spaventata.
   Cosa poteva significare questa ricomparsa dopo tanti anni.
   Come aveva fatto a ritrovarla, certo sapeva che era Piemontese come lui ma non che si fosse trasferita a Torino. Certo l’elenco telefonico aveva agevolata la ricerca.
   Attendeva , ma questo squillo non arrivava.
Passava il tempo e i suoi pensieri galoppavano , no non voleva nuovamente incontrarlo, aveva ben sofferto vent’anni prima  quando lui da Genova era ripartito per Torino  e lei era rimasta ad attendere notizie mai arrivate dopo una promessa mai mantenuta.
   No, non gli avrebbe permesso di rivederla.
   Ma era poi ancora scapolo? Certo la curiosità giocava un ruolo importante e per di più non  avvertiva alcun sentimento di collera ma  contro il suo volere, avvertiva un sentimento di gioia  che la trasformava e le impediva di respirare.
   Sognava  certo perché quella telefonata non arrivava e i ricordi affioravano: Un bel ragazzo biondo alto, due spalle  imponenti, una figura forte e nel contempo elegante. Un ragazzo serio che stranamente si era comportato in quel modo. La tenerezza prendeva il sopravvento, quella tenerezza che l’aveva avvicinata a lui quando era arrivato in quell’ospedale dove lei prestava il servizio. Si era affezionato a lei che pure aveva qualche anno più di lui, come a cercare protezione
Sognava, non era vero. Eppure quella cartolina era tra le sue mani e quelle iniziali erano le sue.
   Forse accese pure il televisore come faceva ogni giorno, ma non vi era immagine alcuna che potesse distrarla.
   Ritornava indietro nel tempo, ripensava alla sua vita. Era nata in  Argentina, così dicevano i suoi documenti, ma poco ricordava  dei suoi genitori.  Immaginava il volto della madre attraverso il ricordo della sorella più grande di lei. Era tanto piccola quando persero i genitori ed anche un fratello tanto da averne un vago ricordo:
   Erano due orfane che ritornarono in Italia e di questo ritorno, sicuramente con un piroscafo, non ne serbava ricordo.
   Qualche volta aveva preso una cartina geografica ed aveva cercato di puntare il dito sulla figura dell’Argentina come a cercare un punto qualsiasi dove fosse nata.
   Era italiana e si sentiva tale anche se il fascino di quella terra dal sapore di tango, qualche volta, la rapiva.
   La sorella più grande aveva sentito il richiamo della vocazione missionaria ed ora era in Kenia presso una missione delle suore della Consolata di Torino.
   Stava sopraggiungendo il buio ma non se ne era neppure accorta, il pensiero galoppava,  nulla potava distoglierla dal rivivere una storia lontana.
   No, non voleva nuovamente soffrire, lei ora era appagata. Svolgeva il suo lavoro non più nelle corsie ma negli uffici e la sua vita scorreva tranquilla tra amici che le volevano bene e, si occupava di opere  di beneficenza che le davano soddisfazioni. Aveva imparato a sopravvivere da sola e…
   Ma la telefonata non arrivò quel giorno…





E' una storia vera, devo continuare?
  

  
  

martedì 4 settembre 2012

"Laboratorion di scrittura" Rivoli

Buon giorno a chi viene a trovarmi e a chi, per caso, si trova a passare.
Abbimo avuto un periodo di caldo insopportabile e ci siamo, a lungo, lamentati asserendo che un caldo così non ce lo ricordavamo, poi improvvisamente siamo stati esauditi ed ora abbiamo freddo! Pioviggina, non ci sentiamo di uscire per il motivo opposto al primo... Cerchiamo di avere pazienza perchè l'estate non può essere fita così, avremo ancora dolci giornate da godere quel bel tiepido che ci inviterà ad uscire per camminare.
    Oggi è martedi 4 Settembre e si avvicina il giorno delle iscrizioni all'Unitre di Rivoli e quindi per il 14 Ottobre, inizio delle lezioni.
   Cominciamo a parlare di scrittura, di libri da leggere. Di pensieri da mettere nsulla carta.
   Il caldo ci ha offuscato le idee e non so quanti di voi hanno continuato a leggere. A volte abbiamo anche trovato la scusa di non avere libri interessanti da leggere.

Quante volte abbiamo letto un libro e ci è venuto il dubbio che non ne avremmo trovato un altro altrettanto speciale. Ecco cosa ha pensato Rinaldo  riguardando un libro:  
                     Un libro speciale

C’è un momento della propria vita dove avviene un incontro, un incontro singolare. Ti imbatti in un libro. Lo sfogli, accarezzi le pagine, leggi qualche riga. Poi il libro ti prende, tutto ciò che è attorno a te si attenua, si sfuma, si spegne. Attraversi la storia, senti che ti identifichi totalmente, che ti appartiene.  Poi il libro giace nella tua libreria per anni, sino al giorno che lo rispolveri, lo rileggi (e lo rileggerai più volte). E nuovamente senti che la storia è tua, che ci sei dentro, che il tempo... già il tempo. Ti sembra che quel libro parli di un tempo immobile e immutabile, dove tutti i protagonisti attendono un evento che non si verifica, perlomeno fino all’ultimo capitolo. E allora ti accorgi che quell’attesa altro non è che la tua vita, o la storia della tua vita. Così, quando scorri con lo sguardo i dorsi dei tuoi libri e ti soffermi su Il deserto dei Tartari, di Dino Buzzati,  un sorriso  indulgente affiora sul tuo viso. 

                         Rinaldo  Ambrosia  

   Comincerò a proporvi gli scritti vostri  elaborati durante le lezioni dell'anno 2011_2012  e  per oggi, partiamo dalla ZETA.  Abbiamo dedicato un pensiero al  SILENZIO  ed ecco cosa ha scritto  Lucia Zucca:
                    Silenzio.
Nel silenzio della stanza,
spezzato solo dal crepitare del fuoco,
sento i passi dei miei pensieri
che escono ad esplorare il mondo,
alla ricerca della pace.
Ma fuori c’è solo tanta confusione,
la gente cammina ignara degli altri,
ognuno immerso nei suoi problemi,
nessuno vuole parlare con nessuno,
convinto di essere solo a soffrire.
Forse pensiamo che il silenzio sia la soluzione.
·                                  
·                                  
·                        
·                               
·                                     Lucia Zucca