sabato 20 aprile 2013

MALINCONIA

MALINCONIA

MALINCONIA
Oggi per me è una giornata no. Mi affaccio alla finestra e vedo un cielo carico di nubi che lasciano presagire l’imminente arrivo della pioggia
Accendo la radio alla ricerca di una stazione radio che trasmetta qualche programma interessante che mi aiuti a risollevare il morale ma non trovo nulla di allegro. Finalmente sento le note di una canzone che mi è sempre piaciuta ma che certamente non è adatta al mio umore odierno. Le note della canzone “Com’è triste Venezia” e la voce di Charles Aznavour che si spandono nell’aria non sono certo un toccasana per risollevare lo spirito.
Spengo la radio e incurante del brutto tempo, mi vesto ed esco a fare una passeggiata, sperando di trovare un po’ di sollievo nell’animo
Nel frattempo inizia a cadere una pioggerellina leggera che, pian piano inizia ad inzupparmi gli abiti, contribuendo maggiormente a rendere più nero il mio umore. Faccio ancora un breve tratto di strada poi mi decido a rientrare.
Intanto la pioggia inizia a diventare più insistente ed essendo uscito senza ombrello, ora ne sto pagando le conseguenze. Arrivato a casa, consumo un pasto frugale e mi siedo in poltrona cercando distrattamente di leggere un giornale. Poi, come un lampo, mi attraversa nella mente il ricordo: ho un appuntamento a cui non devo assolutamente mancare e ora sono maledettamente in ritardo.
Mi rivesto e velocemente vado all’appuntamento.
Come arrivo, mi accoglie la sana allegria dei colleghi già arrivati, il loro esclamare: “eccolo” e il radioso sorriso della docente Maria mi apre il cuore. Varco la soglia del locale che ci ospita e magicamente la malinconia è passata, siamo nuovamente insieme a trascorrere due ore liete nella cacofonia di voci che improvvisamente si interrompono nell’ascoltare quello che i colleghi hanno scritto, poesia o racconto che sia, per riprendere subito dopo nel commentare il lavoro fatto.
Grazie Maria che ha inculcato nella nostra mente questa forza che ci fa vincere la ritrosia che all’inizio del corso c’era in noi, a cementare un gruppo coeso e a tutti coloro che frequentano con gioia questo bellissimo anno di studio e lavoro.
Giuseppe Vasco dicembre 2012




lunedì 8 aprile 2013

Il Gran Bazar



IL GRAN BAZAR


Misir Carsisi  è il Bazar Egiziano, detto anche il Gran Bazar. E’ un mercato coperto: il più grande del mondo. Comprese le vie laterali e persino i viali e vi trovano posto almeno 4000 botteghe.
In origine si chiamava bedesten ed era stato costruito nel 1461  per ordine di Mehmet il Conquistatore. Essendo di legno, andò a fuoco e fu ricostruito diverse volte, fino ad assumere la caratteristica forma ad elle con gli ultimi lavori di restauro nel 1943.
 Ora il bedesten è la parte più antica, il cuore del Gran Bazar,  quello che era lo scrigno delle antichità più rare, dei gioielli e tappeti più preziosi. Purtroppo oggi manifatture, paccottiglia ed oggetti di scarso valore hanno sostituito le sete, i ricami ed i pellami che, a bordo di carovane, arrivavano  trasportati dai mercanti greci, ebrei ed armeni.
Il Bazar Coperto è il più grande dei bazar di Istanbul. Un aspetto è rimasto intatto: il fascino di questo luogo.
 Alla parte coperta si accede da sei grandi porte, di cui tre  in particolare danno al luogo un aspetto affascinante per la loro imponenza. Sotto le volte, illuminate da mille lampade multicolori, tutto è da vedere e le ottantasei botteghe attirano comunque migliaia di turisti stranieri e turchi in visita ad Istanbul.
Nella bolgia caotica, il vociare è assordante ed ognuno diventa attore e  personaggio di piccole avventure. Non si acquista solo per avere un souvenir ma per il piacere di contrattare il prezzo di una sciarpa di seta, una pashmina, una lampada, un piatto di maiolica od una pipa di schiuma.
Tra gli aromi delle spezie, i sentori della frutta secca  ed i profumi, ci si aggira storditi nel bagno di folla, attirati dagli inviti dei bottegai che incitano i clienti ad avvicinarsi, offrendo assaggi delle merci in esposizione e bicchieri di thè o di caffè turco.
Non ci si può allontanare ed avvicinandosi, si è preda di questi cacciatori di turisti che nel sangue hanno l’eredità dei loro antichi predecessori: l’essere mercanti e commercianti dei più abili.
Arguti conoscitori del genere umano, leggono lo sguardo ed i modi dei loro potenziali acquirenti, capaci di indovinare anche quanto il singolo cliente del momento è disposto a spendere. Sanno sempre fin dove possono arrivare nelle trattative ed amano misurarsi in questo gioco del “ tira e molla” che alla fine decreta il vincitore. Si esce dalla disputa convinti di aver fatto un affare ma poco dopo si è assaliti dal sottile dubbio che forse il venditore sia stato il vero vincitore, avendo previsto l’ultimo prezzo ed ottenuto pertanto la somma desiderata.
L’aspetto più affascinante, oltre all’abilità nel vendere, è comunque la loro capacità comunicativa.
Hanno una conoscenza delle lingue che risulta stupefacente. Il francese, l’inglese, lo spagnolo e persino l’italiano sono parlati in modo corretto dalla maggioranza di questi affaristi nati e così si rimane esterefatti, intuendo che la conoscenza deriva dalla frequentazione quotidiana con tutti i turisti stranieri. 
Decidemmo di tornare al Gran Bazar, prima del nostro ritorno in Italia. L’errore fu di scegliere il giorno sbagliato. Fosse stato per me non ci sarei tornata ma ne avrei approfittato per andare a visitare il Palazzo di Topkapi, l’imponente palazzo reale con il chiosco, i giardini, le camerate dei dipendenti, la biblioteca e la moschea. Maria, la mia collega di lavoro, mi fece però capire che desiderava ancora fare acquisti per le sue nipoti e così decisi che l’avrei accompagnata. 
Era il venerdì pomeriggio e mi ritrovai a fare il paragone con il mercato di Porta Palazzo a Torino il sabato mattina, affollato all’inverosimile. Inoltre vi era un’aggravante: aveva iniziato a piovere già sul taxi e le nuvole nere facevano presagire che non avrebbe smesso.
 Il tassista ci lasciò di fronte alla piazza prospiciente l’entrata. I passanti si dirigevano tutti verso il mercato coperto, cercando di trovare un riparo a quello che sembrava un diluvio. Nonostante gli ombrelli, ci bagnammo dalla testa ai piedi attraversando la piazza, solo nel tentativo di tenerli aperti nella lotta contro il vento.
A spintoni guadagnammo l’entrata e la situazione non migliorò anche cercando di addentrarci all’interno del mercato. Una folla enorme era assiepata di fronte ai piccoli negozi da entrambi i lati delle vie ed in quella marea umana ci si sentiva trasportare come in preda alla corrente.
Maria avrebbe voluto comprare una sciarpa ed a forza riuscimmo a raggiungere i banchi di una bottega situata sul lato destro, carichi di scialli e foulard dai mille colori e prodotti con le stoffe più svariate. Ella incominciò ad esaminarli ed immediatamente ci ritrovammo davanti ad un giovane dagli occhi e dai capelli scuri, pronto ad enumerare le infinite qualità dei prodotti in esposizione.
Mi ritrovai addosso il suo sguardo vivace e a dover fare da indossatrice, così che Maria potesse vedere l’effetto dei colori e delle fantasie  e si decidesse ad acquistarne una.
Compresi che  il ragazzo era molto furbo ed aveva appreso il suo mestiere dopo anni trascorsi lavorando in quel settore. Parlava bene italiano e francese ma non riusciva a convincere Maria ad acquistare ed io, conoscendola, bene sapevo che non era dovuto all’incapacità del giovane ma alla taccagneria  della mia collega. Mi ero infatti già sentita a disagio per il modo in cui voleva abbassare i prezzi ed acquistare  spendendo ciò che desiderava, senza tenere in considerazione la qualità del prodotto. Inoltre a dire la verità mi infastidiva il modo in cui ella cercava di condurre le trattative, che trovavo irrispettoso per chi cercava di vendere.
 Il ragazzo lasciò che Maria  continuasse ad esaminare la merce ed io mi domandai se lo facesse per darle il tempo di decidere o perché aveva compreso che ella non avrebbe comprato nulla.
Ne approfittai per cercare di capire qualcosa di più della vita di quel giovane che mi incuriosiva per la sua arguzia e vivacità. Così scoprii che lavorava già da quattordici anni e ne aveva solo ventitre. Non potevo credere alle mie orecchie quando mi disse di essere andato a scuola solo due anni, dai sette ai nove e mi domandai come fosse stato possibile che nessuno lo avesse obbligato a frequentare le lezioni.
 Istintivamente mi guardai attorno pensando a tutti gli altri giovani che vedevo lavorare nel Bazar. Chissà da quanto tempo erano lì e se erano stati a scuola  e per quanti anni.
Affermò che non gli piaceva andare a scuola e che comunque i soldi  in casa non bastavano e  così fu facile trovare lavoro: il lavoro gli piaceva e si sentiva già sufficientemente soddisfatto. In effetti il modo di fare era quello di una persona più avanti con gli anni e denunciava una sicurezza che molti ragazzi in Europa non hanno. 
Gli risposi che ero un insegnante e che non potevo condividere le sue idee. Ricordo che scherzando gli dissi:” Se tutti facessero come tè, io non avrei lavoro. “  Sorrise divertito e questo mi fece piacere.
Ci allontanammo poco dopo poiché, naturalmente,  Maria non acquistò nulla. Nel caos del venerdì sera, riuscimmo a trovare un taxi per tornare in albergo ma il traffico era ingestibile e la pioggia peggiorava le cose. Impiegammo un’ora e mezza per un percorso che avrebbe richiesta al massimo mezz’ora.
Quella sera, in albergo mi ritrovai a leggere un articolo del Today’s Zaman, quotidiano di Istanbul che trattava del lavoro illegale dei bambini in Turchia, definendolo una ferita ancora aperta.
Mi fu molto difficile riuscire a prendere sonno.

                              Silvy  Anelli


domenica 7 aprile 2013

IL PRINCIPE AZZURRO

  
IL  PRINCIPE   AZZURRO

      E’ stato uno dei temi di un corso Unitre tenuto qualche anno addietro..
      Ho rimandato di qualche settimana l’argomento poichè ritenevo di non avere nulla da scrivere a riguardo.
       Ma uno di quei famosi cassettini della memoria si è prepotentemente aperto e mi ha ricordato che non solo un principe azzurro lo avevo sognato ma era esistito nella realtà dei miei undici o dodici anni.
      Mi rivedo ancora in quella terza navata a sinistra della chiesa parrocchiale dove la nostra “scuola cantorum”, della quale facevo parte, si riuniva attorno all’armonium per cantare gli inni del caso e negli intervalli di canto il mio sguardo era rivolto verso la terza navata in fondo a destra da dove due occhi mi guardavano al di sopra delle teste che riempivano la chiesa.
       Tutte le domeniche i miei sguardi si incontravano con i suoi e quanto soffrivo se qualche volta non li trovavo.
       Bello, il vero principe dei miei sogni.
       Quando uscivo dalla chiesa
,con la mia amica del cuore, lo trovavo all’uscita e ancora lo incontravo nelle passeggiate per il paese. Ma neppure alla mia amica permettevo si avvedesse di quegli sguardi ne con lei ne avrei mai parlato, avvicinarsi non era neppure pensabile, il paese intero avrebbe mormorato e ne sarei morta di vergogna.
       Quegli aguardi innocenti potevano provocare uno scandalo.
       Un giorno, uscendo dalla chiesa per una funzione pomeridiana, da una casa vicina, sentimmo arrivare della musica e una ragazzina come noi ci invitò ad entrare. Io e lamia amica, quasi furtivamente,ci infilammo in quella porta ed in una stanza con le finestre accuratamente chiuse verso la strada, vi erano persone che ballavano.
        Il mio principe era tra loro e il mio cuore sussultò dalla gioia quando mi si avvicinò per invitarmi a ballare.
       Il primo e forse ultimo ballo della mia vita.
       Non sapevo ballare e glie lo dissi: non preoccuparti, ti insegno io e felice tra le sue braccia ascoltavo il suo dirmi- due passi a destra, un passo a sinistra forse era così che diceva, ma tutto quello che ancora ricordo è che si trattava di un tamgo e che volavo tra le sue braccia.
      Avevo i capelli lunghi con la riga da una parte così che per metà essi scendevano sul viso coprendomi in parte la fronte e lui per farmi un complimento mi disse: sei pettinata alla Veronica Lake. Non vi erano sale cinematografe in paese ma sapevo che la nominata era un’attrice.
       Era la prima ed unica volta che l’ho visto da vicino e il mio principe aveva i capelli ricci e neri (non era biondo come nella tradizione) ma aveva gli occhi azzurri.
       Avrei voluto che quel pomariggio non finisse mai ma come nelle fiabe, prima dell’imbrunire io e la mia amica abbandonammo frettolosamente quella casa per tornare a casa in tempo da non perdere la fiducia che i nostri genitori ci accordavano.
       Neppure in quel caso confidai il mio segreto all’amica, tornai a casa a fantasticare e mi ricordai un episodio accaduto in seconda elamentare quando lo stesso ragazzino fu punito dall’insegnante per aver lanciato un biglietto sul mio banco e denunciato dalla bimba che mi sedeva accanto.
       Sognavo di incontrarlo ancora e questo avveniva spesso essendo il paese piccolo ma il nostro era sempre un incrociarsi di sguardi innocenti.
                   
       Sembra che questi sguardi siano stati notati da altri che non li hanno giudicati tanto innocenti se un giorno la mia amica del cuore addusse un pretesto per non uscire insieme.
       Siccome anche lei pativa questa nostra separazione, sedute su uno scalino, sempre all’ombra della di questa chiesa mi confidò: “Mammà non vuole che esca con te perchè ha saputo che tu vedi Aldo” (era questo il nome del ragazzo).
       Non era vero ma quel gioco di sguardi era diventato uno scandalo di dominio pubblico.
       Mi cadde il mondo addosso, la pregai di riferire a sua madre che non era vero niente e che mai ne avrebbe fatto parola con mia madre poichè me ne sarei vergognata, poi lei che era sempre con me, sapeva che l’unica volta che l’avevo visto era stato a quel ballo in cui c’era anche lei e del quale nessuna di noi poteva riferirlo.
       Soffrii la mia prima pena d’amore, ma il terrore di essere giudicata male mi impedì di continuare a ricambiare quegli sguardi ed evitare di girarmi in chiesa verso quella navata in fondo.
       Passato pochi anni, il mio principe si trasferì a Roma per i suoi studi, io a Torino così, le nostre strade presero direzioni diverse e non ci incontrammo più.
       Aprendo oggi quel cassettino ho provato una tenerezza infinita per quella innocente prima inconsapevole pena d’amore.  
                                                              Maria Dulbecco



martedì 2 aprile 2013

La zia

  
                                                            LA   ZIA


                                     Zia. La chiamavo zia ma in realtà non eravamo neppure parenti
Era venuta ad abitare vicino a casa mia da circa dieci anni.
Vedova, abitava da sola. Quando era arrivata aveva già settanta anni ma non li dimostrava. Agile e deliziosa, si vestiva con cura, le piaceva condurre una vita confortevole e dignitosamente vivace.
È proprio vero che gli anni non si misurano dalla nascita ma dall’aspetto e dallo spirito che una persona conserva dentro se stessa.
Eppure aveva avuto una paralisi facciale, qualche anno prima e il suo cruccio era quella bocca leggermente storta che ogni giorno, guardandosi allo specchio, cercava di correggere. Con un po’ di trucco leggero e garbato e un po’ di ginnastica facciale inventata da lei, ci era riuscita, si avvertiva appena e la sua vita scorreva tranquilla.
              A ottantasei anni, la guardavo ultimamente in quel letto rivolta spesso a guardare le due foto ben incorniciate ed esposte sopra il comò: una del marito, da tempo scomparso, ed una dei suoi passati trent’anni.
Un ritratto ben fatto, bella, uno sguardo di occhi chiari e superbi, onde dei capelli corti e ben sistemati, alla moda degli anni trenta.
Su quel letto, vedevo ancora lo stesso sguardo, lo stesso portamento altero di chi non vuole arrendersi, di chi non vuole concedere agli anni e al male la sua parte e senza forzature artificiose ci era riuscita.
Aveva dei capelli bianchissimi e bellissimi, un bianco che creare artificialmente non è possibile, morbidi, impeccabilmente pettinati. Gli occhi chiari maliziosi e sfuggenti in un ultimo guizzo di civetteria. Un corpo snello ancora da mannequin, come amava definirsi prima di cedere il passo al male e al letto.
Nulla voleva concedere a quel male che avanzava e che lei rifiutava di qualificare per quanto veramente era. Non sono mai riuscita a penetrare quella mente ancora così lucida e capire se: sapeva!
Certo, l’aiutavo anch’io nel rafforzare la sua convinzione.
Quel male, lei diceva, le era venuto per suo errore, una infezione: un giorno, raccontava, mentre eseguiva le pulizie igieniche del suo corpo, si avvide che sotto il piede si era formato un pezzetto di carne sporgente come un filo molto spesso. Senza rifletterci su tanto, passando le mani nell’atto di lavarsi, l’aveva afferrato e strappato pensando così di disfarsi di quel piccolo imbroglio che poteva dare fastidio a lei che a ottanta anni portava ancora i tacchi alti.
La sua figura alta e snella acquistava maggior risalto con quei tacchi alti con i quali era abituata a camminare sin dalla sua gioventù che quella foto le rammentava.
Con nessuno parlò di questa cosa che in fondo era un suo fatto personale, lei era abituata da sempre a gestirsi da sola e a curare la sua salute con risultati eccellenti.
Dopo qualche mese però, quello strappo si mutò in una infezione e questa infezione, nonostante i medicamenti che eseguiva, cresceva.
Come un fiore che sboccia, senza alcun dolore (o era lei tanto forte da non denunciarlo) si limitava ad aumentare le foglie del male che non si aprivano a corolla ma si sovrapponevano, come un bocciolo di rosa nel tardo autunno quando il freddo incombente non gli dà la possibilità di aprirsi.
Queste foglie o petali si aggrovigliavano in una maniera raccapricciante formando una notevole protuberanza.
Uno sguardo rapido del dottore, il dubbio sciolto dagli esami in ospedale: “melanoma maligno”.
Certo i suoi occhi avevano colto un barlume di verità, ma il suo spirito indomabile non l’accettava.
Decise di seguire ogni terapia consigliata dai dottori ed erano loro gli amici che più considerava.
Cominciò così un lungo periodo di visite quindicinali al Day-Ospital San Giovanni di Torino.
Considerando l’età e non tenendo conto dello spirito giovanile, non ritennero opportuno intervenire chirurgicamente amputando il piede e iniziarono con una cura che consisteva nel praticare una serie di punture attorno alla parte malata nell’intento di arrestare questo dilagante male inguaribile.
I risultati erano apprezzabili ma la zia non poteva appoggiare il piede per terra vista la posizione in cui si trovava la protuberanza.
Per di più necessitava di medicazioni multiple giornaliere e bisognava fare i conti anche con emorragie saltuarie.
Un giorno disperata e un giorno ottimista, il tempo trascorreva e va detto che per lei quel doversi recare saltuariamente al Day-Ospital era diventata un’occasione di evasione; attendeva quel giorno come una fanciulla attende di recarsi ad una festa. Si preparava per tempo in ogni minimo particolare, voleva essere elegante e quindi terminata l’ultima visita, cominciava a prepararsi per la successiva; curava il colore di ciascun capo abbinando con gusto i colori della camicetta, dei pantaloni e dei foulard i quali erano il suo debole, ne possedeva di tutte le tinte.
Quando entrava al Day-Ospital, lo faceva festosamente, salutava i malati che incontrava nei corridoi e nelle stanze con allegria. Passava in mezzo a persone che avevano solo più in fondo agli occhi la speranza e li rincuorava; riusciva a trasmettere in questi cuori un briciolo di serenità fino a far spuntare un sorriso su labbra da tempo non più avvezze a quell’atteggiamento.
Reclamava il suo posto informandosi cosa avessero di buono in cucina come se si fosse recata al Grand Hotel ed un suo cruccio era che la cucina non disponeva di vino tanto che le infermiere, se ne avevano in proprio, gliene portavano un po’ così mangiava più volentieri.
Questo durò qualche anno, poi ci fu la bronchite e il ricovero in un ospedale diverso della città.
Il suo fare, il suo pretendere educatamente e scherzosamente faceva sì che tutti la trattassero con compiacenza.
Fu così che, guarita dalla bronchite, il primario volle parlarmi comunicandomi che la paziente aveva ben reagito alla malattia guarendo perfettamente ed espresse il suo parere su quel male che divorava il piede. Il suo consiglio era: amputare.
AMPUTARE, una parola che mai avrei ripetuto alla zia, ne sarebbe rimasta sconvolta, senza più la speranza di tornare a camminare.
Esclusi questa possibilità e il giorno dopo sarebbe tornata a casa per ricominciare la solita terapia sin lì seguita.
Invece al mattino seguente, trovai la zia che con fare autoritario di chi è ancora padrone della sua persona, rivolta ad una sua nipote disse:
“ho deciso di tagliare questo piede che mi fa tribolare”
“sei sicura?”
“Sì, la gamba è mia e ne faccio quello che voglio”. La nipote ribatté: “Ti rendi conto che resti senza un piede?”
“Certo” rispose “però non avrò più questo marciume infetto che provoca puzza e repulsione. Il professore ha detto che la mia salute è buona e che posso vivere altri dieci anni, con un arto artificiale sarò ancora in grado di camminare e vivere più serena”.
La decisione era presa e la volontà di ferro.
E così tutto era andato come voleva. Amputata la gamba, rifatto un arto artificiale; ginnastica a tutto andare fino a tornare a casa in grado di camminare da sola persino senza bastone.
Era tornata a fare i suoi lavori in casa, si metteva i pantaloni per coprire l’arto artificiale e scendeva al bar per fare chiacchierate con gli amici di sempre.
E questo a ottantatre anni.
Eppure quel male era in agguato. Non rispettava tanto coraggio e per ben due volte ancora si era riprodotto più in alto su quel pezzo di gamba che era rimasto.
Con coraggio aveva subito altre due operazioni e sempre, Lei, aveva ripreso a vivere gioiosamente.
Questo alternarsi di ricoveri in ospedale e di ritorni a casa faceva ormai parte delle sue abitudini. Il consiglio di disfarsi della casa e di andare a vivere in un pensionato veniva escluso categoricamente. La sua pensione non era altissima ma sapeva amministrarla con parsimonia e giudizio sì da avere sempre qualcosa per persone che potevano essere a lei utili.
Diventava, in questi casi, generosissima e volentieri si disfaceva di quel braccialetto, di quella catenina d’oro che possedeva e li regalava per aver avuto un giorno di compagnia. Qualche volta la rimproveravo, sempre con il sorriso, ma poi le davo anch’io qualche oggetto affinché lei potesse a sua volta regalarlo, tanta era la gioia che provava nel farlo.
Ma anche in questi regali c’era un pizzico di malizia: questo faceva sì che chi l’aveva ricevuto si sentisse in qualche modo obbligato e lei stessa, ricevendo il servizio, non si sentiva in dovere di riconoscenza, in fondo aveva pagato.
Quanti piccoli o grandi particolari si potrebbero ricordare.
Quante piccole astuzie per far sì che le persone che aveva occasione di incontrare la tenessero in considerazione.
La gratitudine era riservata solo al suo medico curante il quale, conoscendo la natura del suo male, veniva a trovarla anche se non chiamato. Penso che quel dottore, pur abituato ai mali e ai malati sarebbe gratificato e certamente lo era, nel sapere quanto bene arrecavano quelle visite.
Ho passato qualche anno a seguirla in questo suo peregrinare tra ospedali e casa ma soprattutto gli ultimi sette mesi durante i quali ero impegnata vicino a lei in continuità volendo che sentisse vicino una presenza affettuosa.
In quel prodigarmi vicino al suo letto alleviandole le sofferenze con farmaci che i medici mi davano da somministrarle e con sorprese giornaliere a lei care, pensavo di averle dato tanto e quasi mi compiacevo. Ma ora che ho finito di adempiere al mio compito con il curare l’atto finale che mi aveva raccomandato il suo funerale, sentivo un gran vuoto, le mie giornate non avevano più senso, mi mancava quel contatto umano e quella voglia di vivere che sapeva trasmettermi.
Riflettendo attentamente sento che in fondo, in questo mio dare, pesa di più quanto ricevuto.
Ho assistito a qualcosa di irripetibile: ottantasette anni e una gran voglia di vivere, godendo di ogni piccola gioia e facendo progetti per il futuro.
Ed io che con la metà dei suoi anni, non riesco a pensare che si possano ancora fare progetti per il futuro.

      Premio narrativa 2° concorso
“ Spazio Cultura “  1986   Mestre
                                                                                                        Maria  Dulbecco


lunedì 25 marzo 2013

A U G U R I



lunedì 25 marzo 2013





         Chissà perché quest'anno  comincio a pensare al compleanno di Claudia, mia figlia, una settimana prima.
       In effetti la data é il primo Aprile, non é certo una data che si può dimenticare.
       Una data speciale come lo é lei. Sensibile, attenta agli altri,  una insicurezza nascosta dietro una ostentata sicurezza che le conferisce una calma che non è la sua.
        Ribelle al punto giusto, non ha mai accettato suggerimenti salvo poi a fare ciò che le é stato detto dopo aver preso da sola quella decisione forse non ricordando neppure che le era stata suggerita.
        Se legge queste righe si arrabbierà e me le contesterà ma se così non facesse non sarebbe lei.
        Da piccola una volta dopo un suo capriccio, non ne faceva molti, si è arrabbiata e ha gridato: Vado via! al che suo papà le ha aperto la porta sulle scale e lei è corsa fuori, si è fermata dietro la porta chiusa  prima di scendere i gradini e quando, poco dopo, il papà ha aperto, lei era ferma sul pianerottolo  facendo l'altezzosa ma poi é corsa tra le nostre braccia nascondendo la paura che aveva provato al chiudersi della porta.
        Pensava al benessere nostro, come fa ora con me. Mentre facevamo dei viaggi lunghi , quando le macchine non avevano aria condizionata, lei sempre in braccio, metteva le manine fuori dai riflettori e accarezzandomi mi diceva: E' per regalarti un pò di fresco.
       Elencare i ricordi  non si esaurirebbero così presto ma é stata ed è la nostra bellissima bambina, unico sorriso della vita  ma purtroppo non abbiamo potuto proteggerla molto dai dispiaceri del mondo e anche a nome di  suo papà che non c'é più le diciamo grazie e vogliamo sia certa di tutto il bene che le abbiamo voluto e io continuo con l'augurio che la sua vita prosegua con qualche soddisfazione e la realizzazzione di quanto desidera.
       Deve solo sempre credere in se stessa e...volersi bene!!!


mercoledì 20 marzo 2013

L'ALBERO DELLA VITA


L’ALBERO DELLA VITA

L'albero della vita
Tempo, mio tempo senza ritorno,
lume dei desideri...
s'imbeve in teorie d'amore.
Niente somiglia a ciò che abbiamo amato,
vola, vola altissimo
il nostro canto di speranza
per la nuova stagione che farà,
rifioriranno sì spine, ma ci porteranno
anche fiori e frutti in abbondanza,
per scendere nei giorni futuri.
Davanti a noi ci sarà sempre l'albero della vita
Adriana Mondo.


mercoledì 13 marzo 2013

         OLMI   ABBATTUTI  LA  SCORSA  PRIMAVERA

Oggi, guardando con Rinaldo dalla mia finestra, gli ho fatto vedere un prato  dove svettavano sei olmi che in altezza superavano le case di fronte. Ora non ci sono più!
Insieme, abbiamo visto le foto scattate mentre li abbattevano ed é nata questa poesia:




Alberi assenti

Linfa negata nel mistero delle radici,
stroncata dalla mano dell’uomo.

È nel pensiero che si accende il ricordo,
nel frusciare assente del loro esistere,
complessa ramificazione dei giorni,
calati nel segreto delle stagioni.
E’ un pianto la  loro assenza.

Li vedo svettare al cielo, come i miei vent’anni,
nelle ore del silenzio meridiano,
tra il cinguettio dei loro ospiti e lo
stormire di fronde,
quando il pensiero si fa greve.

Poi il ricordo si attenua riproponendo
la nuda strada, ormai priva di vita.

            rinaldo ambrosia














  Come erano!!!