lunedì 8 aprile 2013

Il Gran Bazar



IL GRAN BAZAR


Misir Carsisi  è il Bazar Egiziano, detto anche il Gran Bazar. E’ un mercato coperto: il più grande del mondo. Comprese le vie laterali e persino i viali e vi trovano posto almeno 4000 botteghe.
In origine si chiamava bedesten ed era stato costruito nel 1461  per ordine di Mehmet il Conquistatore. Essendo di legno, andò a fuoco e fu ricostruito diverse volte, fino ad assumere la caratteristica forma ad elle con gli ultimi lavori di restauro nel 1943.
 Ora il bedesten è la parte più antica, il cuore del Gran Bazar,  quello che era lo scrigno delle antichità più rare, dei gioielli e tappeti più preziosi. Purtroppo oggi manifatture, paccottiglia ed oggetti di scarso valore hanno sostituito le sete, i ricami ed i pellami che, a bordo di carovane, arrivavano  trasportati dai mercanti greci, ebrei ed armeni.
Il Bazar Coperto è il più grande dei bazar di Istanbul. Un aspetto è rimasto intatto: il fascino di questo luogo.
 Alla parte coperta si accede da sei grandi porte, di cui tre  in particolare danno al luogo un aspetto affascinante per la loro imponenza. Sotto le volte, illuminate da mille lampade multicolori, tutto è da vedere e le ottantasei botteghe attirano comunque migliaia di turisti stranieri e turchi in visita ad Istanbul.
Nella bolgia caotica, il vociare è assordante ed ognuno diventa attore e  personaggio di piccole avventure. Non si acquista solo per avere un souvenir ma per il piacere di contrattare il prezzo di una sciarpa di seta, una pashmina, una lampada, un piatto di maiolica od una pipa di schiuma.
Tra gli aromi delle spezie, i sentori della frutta secca  ed i profumi, ci si aggira storditi nel bagno di folla, attirati dagli inviti dei bottegai che incitano i clienti ad avvicinarsi, offrendo assaggi delle merci in esposizione e bicchieri di thè o di caffè turco.
Non ci si può allontanare ed avvicinandosi, si è preda di questi cacciatori di turisti che nel sangue hanno l’eredità dei loro antichi predecessori: l’essere mercanti e commercianti dei più abili.
Arguti conoscitori del genere umano, leggono lo sguardo ed i modi dei loro potenziali acquirenti, capaci di indovinare anche quanto il singolo cliente del momento è disposto a spendere. Sanno sempre fin dove possono arrivare nelle trattative ed amano misurarsi in questo gioco del “ tira e molla” che alla fine decreta il vincitore. Si esce dalla disputa convinti di aver fatto un affare ma poco dopo si è assaliti dal sottile dubbio che forse il venditore sia stato il vero vincitore, avendo previsto l’ultimo prezzo ed ottenuto pertanto la somma desiderata.
L’aspetto più affascinante, oltre all’abilità nel vendere, è comunque la loro capacità comunicativa.
Hanno una conoscenza delle lingue che risulta stupefacente. Il francese, l’inglese, lo spagnolo e persino l’italiano sono parlati in modo corretto dalla maggioranza di questi affaristi nati e così si rimane esterefatti, intuendo che la conoscenza deriva dalla frequentazione quotidiana con tutti i turisti stranieri. 
Decidemmo di tornare al Gran Bazar, prima del nostro ritorno in Italia. L’errore fu di scegliere il giorno sbagliato. Fosse stato per me non ci sarei tornata ma ne avrei approfittato per andare a visitare il Palazzo di Topkapi, l’imponente palazzo reale con il chiosco, i giardini, le camerate dei dipendenti, la biblioteca e la moschea. Maria, la mia collega di lavoro, mi fece però capire che desiderava ancora fare acquisti per le sue nipoti e così decisi che l’avrei accompagnata. 
Era il venerdì pomeriggio e mi ritrovai a fare il paragone con il mercato di Porta Palazzo a Torino il sabato mattina, affollato all’inverosimile. Inoltre vi era un’aggravante: aveva iniziato a piovere già sul taxi e le nuvole nere facevano presagire che non avrebbe smesso.
 Il tassista ci lasciò di fronte alla piazza prospiciente l’entrata. I passanti si dirigevano tutti verso il mercato coperto, cercando di trovare un riparo a quello che sembrava un diluvio. Nonostante gli ombrelli, ci bagnammo dalla testa ai piedi attraversando la piazza, solo nel tentativo di tenerli aperti nella lotta contro il vento.
A spintoni guadagnammo l’entrata e la situazione non migliorò anche cercando di addentrarci all’interno del mercato. Una folla enorme era assiepata di fronte ai piccoli negozi da entrambi i lati delle vie ed in quella marea umana ci si sentiva trasportare come in preda alla corrente.
Maria avrebbe voluto comprare una sciarpa ed a forza riuscimmo a raggiungere i banchi di una bottega situata sul lato destro, carichi di scialli e foulard dai mille colori e prodotti con le stoffe più svariate. Ella incominciò ad esaminarli ed immediatamente ci ritrovammo davanti ad un giovane dagli occhi e dai capelli scuri, pronto ad enumerare le infinite qualità dei prodotti in esposizione.
Mi ritrovai addosso il suo sguardo vivace e a dover fare da indossatrice, così che Maria potesse vedere l’effetto dei colori e delle fantasie  e si decidesse ad acquistarne una.
Compresi che  il ragazzo era molto furbo ed aveva appreso il suo mestiere dopo anni trascorsi lavorando in quel settore. Parlava bene italiano e francese ma non riusciva a convincere Maria ad acquistare ed io, conoscendola, bene sapevo che non era dovuto all’incapacità del giovane ma alla taccagneria  della mia collega. Mi ero infatti già sentita a disagio per il modo in cui voleva abbassare i prezzi ed acquistare  spendendo ciò che desiderava, senza tenere in considerazione la qualità del prodotto. Inoltre a dire la verità mi infastidiva il modo in cui ella cercava di condurre le trattative, che trovavo irrispettoso per chi cercava di vendere.
 Il ragazzo lasciò che Maria  continuasse ad esaminare la merce ed io mi domandai se lo facesse per darle il tempo di decidere o perché aveva compreso che ella non avrebbe comprato nulla.
Ne approfittai per cercare di capire qualcosa di più della vita di quel giovane che mi incuriosiva per la sua arguzia e vivacità. Così scoprii che lavorava già da quattordici anni e ne aveva solo ventitre. Non potevo credere alle mie orecchie quando mi disse di essere andato a scuola solo due anni, dai sette ai nove e mi domandai come fosse stato possibile che nessuno lo avesse obbligato a frequentare le lezioni.
 Istintivamente mi guardai attorno pensando a tutti gli altri giovani che vedevo lavorare nel Bazar. Chissà da quanto tempo erano lì e se erano stati a scuola  e per quanti anni.
Affermò che non gli piaceva andare a scuola e che comunque i soldi  in casa non bastavano e  così fu facile trovare lavoro: il lavoro gli piaceva e si sentiva già sufficientemente soddisfatto. In effetti il modo di fare era quello di una persona più avanti con gli anni e denunciava una sicurezza che molti ragazzi in Europa non hanno. 
Gli risposi che ero un insegnante e che non potevo condividere le sue idee. Ricordo che scherzando gli dissi:” Se tutti facessero come tè, io non avrei lavoro. “  Sorrise divertito e questo mi fece piacere.
Ci allontanammo poco dopo poiché, naturalmente,  Maria non acquistò nulla. Nel caos del venerdì sera, riuscimmo a trovare un taxi per tornare in albergo ma il traffico era ingestibile e la pioggia peggiorava le cose. Impiegammo un’ora e mezza per un percorso che avrebbe richiesta al massimo mezz’ora.
Quella sera, in albergo mi ritrovai a leggere un articolo del Today’s Zaman, quotidiano di Istanbul che trattava del lavoro illegale dei bambini in Turchia, definendolo una ferita ancora aperta.
Mi fu molto difficile riuscire a prendere sonno.

                              Silvy  Anelli


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