mercoledì 3 maggio 2017

Vita Torinese 1954

Rivoli  19/11/12014
                                                     VITA  TORINESE 1954
Via Brindisi 5, é questo il numero civico  dove sono approdata al mio Arrivo a Torino.
Era il 10 ottobre di non ricordo bene in quale anno, forse il 1954, in gennaio, al festival di Sanremo  emergeva “Tutte le mamme”.
Era una giornata di sole e dal finestrino del treno assaporavo quel sole che mi rendeva gioiosa, tornavo a Torino per la seconda volta e questa volta per fermarmi in questa città e restarvi anche se il viaggio, fatto con mia sorella che vi lavorava, doveva solo  essere turistico. Indossavo un tailleur principe di Galles che mi dava un aspetto elegante aiuta dalla mia siluet di ragazzina che pesava 45 chili.
Quanta curiosità si accendeva nella mia mente entrando in quel cortile, nuovo per me, e attraversando lo spiazzo  ciotolato, mi sono arrampicata sulla scala che si trovava in fondo di fronte al portone d’ingresso. Ad accoglierci  c’era Michelina, la signora che ospitava mia sorella come compagnia e pensionante. Mi accolse con un sorriso e con un desinare molto ben fatto come si accolgono ospiti nuovi.
Quasi tutto il cortile si è animato dal secondo piano è salita la signora  Caldera, una signora  piuttosto in carne e un tantino strascicante ma con un viso intelligente da persona colta. Con Michelina parlava il dialetto che mi era incomprensibile e poi con un buon italiano mi rivolse parole di benvenuto  e di calorosa accoglienza parlandomi della sua (cita) figliola che sarebbe tornata dal lavoro e sarebbe venuta a salutarmi non senza avermi informata che la sua “cita” era sposata con un ingegnere che lavorava alla fiat e che lei "la cita"lavorava presso la casa editrice Paravia dove occupava una posizione di rilievo .
Ho poi conosciuto Armida e Serafino che occupavano l’alloggio piccolo a destra, salendo la scala, della signora Caldera (secondo piano). Con il loro bambino Silvano che frequentava la quinta elementare. Vispo e allegro è salito da noi, Michelina era sua zia:
Tutta questa atmosfera di cortile cittadino mi è piaciuta molto e quasi mi sono sentita a casa.
Ho imparato che il gabinetto era fuori dal balcone e che anche la signore Neta che abitava nello stesso piano nell’alloggetto piccolo di fianco ne doveva usufruire.
Appesi ad un chiodo,  piantato dietro, si vedeva  sulla porta dopo averla chiusa con un ferretto che si infilava sul muro, vi erano tanti pezzi di giornale  ricavati da “La stampa” giornale che si comprava ogni giorno e io e Michelina ci aggiornavamo  sugli avvenimenti del momento e allora, come oggi, le notizie che ci interessavano di più erano le indagini sui delitti da risolvere. Credo che in quel periodo  imperava il caso “Fenaroli”  o “Montesi”.
La “sislunga”  attirò subito la mia attenzione e ne occupai immediatamente una parte verso l’uscita mente Michelina  ne occupava l’altra parte.
In Ottobre il tempo era clemente e alla sera avevamo ancora la porta, sul balcone,  aperta e immancabilmente a mezzanotte arrivava su la signora Caldera che si attardava a raccontare le sue storie.  Mi raccontava che lei non curava molto il suo abbigliamento e che un giorno si è presentato un signore che cercava suo genero (l’ingegnere) e lei sentendosi inadeguata si presentò dicendo: “Il Sig/ Cagliostro non è in casa, il suo appartamento di sotto è chiuso e io sono la fantesca”
In effetti Cagliosto Lino e Teresa avevano un alloggio più grande al piano terra ma preferivano stare sopra dai genitori.
 Madama Caldera amava il bel canto, canticchiava pezzi di opere raccontandone la storia e tutte le sere Michelina faticava molto a farla andare via. La spingeva verso le scale ma lei tornava su  a parlare con le “cite” io e mia sorella.
Conobbi man mano le amiche di mia sorella e gli abitanti degli altri piani. A piano terra c’erano Francesca e Vittorio, due persone amabili, senza figli e all’ultimo piano, nella soffitta abitava  la signora Ginetta , una anziana zitella che , con il passare dei giorni e l’inverno che arrivava , ci invitava da lei noi sorelle  e parecchie altre  ragazze ci recavamo da lei sedendoci in una vecchia  “sislunga”  vicino ad una piccola stufa a legna dove immancabilmente bolliva dell’acqua con la quale lei preparava un delizioso “capiller”con limone e zucchero e ce lo offriva in deliziose tazzine  e con tutta la sua gentilezza. Non era solo la stufa e il “capiller” che ci attirava ma era anche la sua virtù nel leggerci le carte.
Per me era la prima volta che assistevo a questo avvenimento in cui lei credeva veramente e le signorine presenti  facevano domande sui loro fidanzati. Lucia chiedeva se  il suo fidanzamento con Fiorenzo sarebbe durato. Germana si informava su Silvano il ferroviere, mia sorella su Ezio l’ingegnere della Mondial Pistoni che  aveva ricominciato a frequentarci dopo averci incontrate un giorno in Via Cernaia e nell’occasione ci invitò (tutti i partecipanti alla passeggiata) a prendere qualcosa in un bar. Considerato da tutti un avvenimento conoscendo la proverbiale avarizia dell’ingegnere.
 La signora della soffitta  era molto raffinata e non era solo  la misera soffitta a  far capire un passato diverso, I pochi oggetti e la sua raffinatezza raccontava di un passato  nobile e il suo viso era illuminato di  ricordi  d’altri tempi.
Peccato che la distinta signorina morì pochi anni dopo e io non ho fatto in tempo a sapere di più su di  lei.
I balconi di fronte appartenevano agli alloggi che davano sulla strada e vi abitavano poche persone tra loro una famiglia con tanti figli.
Al primo piano  un ufficio poi a destra l’alloggio di Lino e Teresa che si adoperò una sera del primo inverno per una fantastica “bagna cauda” , al piano secondo c’era una famiglia di due persone che non ho visto mai e al terzo piano, la famiglia Ciardo, appunto con più figli,  titolari di  un laboratorio di cromatura situato nel cortile  che occupava il marito e i figli più grandi.
Dei ragazzi Ciardo , il più grande faceva il filo a mia sorella e ogni tanto saliva su da noi per stare in compagnia e venivano anche le altre ragazze del cortile.
Carlo era un bel ragazzone dagli occhi chiari e possedeva un mezzo viaggiante (serviva per il loro lavoro) e a volte ci portava a fare un giro per Torino facendomi vedere il corso  molto lungo di Corso Francia. Corso Orbassano che portava e porta a Santa Rita e poi fuori città, Corso Vittorio e in fondo il Valentino. In quelle sere e nell’estate  a venire c’era una stupenda fontana  colorata e danzante al ritmo di una bella musica che si  diffondeva  tra i giardini del valentino da poco rimessi in ordine. Poi questa fontana ha smesso di funzionare  e non so perché.
Carlo non era gradito a Michelina poiché era risaputo che lui aveva una fidanzata ufficiale e secondo lei non doveva frequentare le ragazze del  quartiere.
Io non trovavo disdicevole che Carlo frequentasse la compagnia che era abituato a frequentare da sempre ma forse Michelina non aveva tutti i torti.
Ma torniamo agli abitanti del cortile.
Silvano veniva sempre sopra, con i suoi nove anni e la sua vivacità mi divertiva e poi io , che al mio paese mi ero sempre occupata ei i bimbi del quartiere seguendoli nei compiti trovavo giusto seguire quel bambino molto intelligente ma qualche volta, per seguire i giochi in oratorio don Bosco ( eravamo vicini alla ciesa di Maria Ausiliatrice )  e per  un po’ di pigrizia, arrivava alla sera senza aver fatto il compito per l’indomani  così che con la mamma, saliva al terzo piano da noi, dopo cena, e la mamma, in piemontese mi diceva; “Maria, il cit a l’ha sogn e deve ancora fare il tema. Per favore lo fai tu e lui domattina si alza presto e lo copia!”  Conoscendo il pensiero del bimbo e la sua intelligenza, potevo scrivere il tema senza pensare che a scuola potessero accorgersi di essere stato aiutato. Fu così che vincemmo i vari premi  sui concorsi assegnati: Il libretto della cassa di Risparmio, il premio della centrale del latte e altri ancora allora indetti nelle scuole. Però Silvano vinceva anche i premi dei temi fatti a scuola.
Per questi aiuti  Armida, mamma di Silvano, mi ha regalato un taglio di stoffa azzurra con il quale mia sorella  che lavorava in un importante Atelier di Torino, la “Sanlorenzo”. mi confezionò un bel vestito che io ho impreziosito con un  ricamo in bianco.
Era ancora il periodo che  apprezzavo un bel vestito o qualcosa  di nuovo. A tal proposito ricordo la prima neve di Natale e io già avevo trovato un lavoro. Comprai un paio di stivaletti bianchi, corti alla caviglia che si chiudevano con una cerniera laterale a aveva  le suole di  para. Che felicità!  Volavo con quegli scarponcini comprati per la prima volta con soldi guadagnati da me.
                                                                                  Maria Mastrocola Dulbecco
 
 
Foto mia dell'epoca

domenica 23 aprile 2017

L' AMORE

 BUON  GIORNO  e buon inizio di settimana.
Scorrendo vecchie pagine di appunti, ho trovato questa poesia di Lucia Giongrandi e voglio farvela conoscere,
Sempre appunti da "Laboratorio di scrittura"  Unitre Rivoli.
 
L’AMORE
 
L’amore non  è cenere
sparsa al vento.
Ha marmo inciso
che lascia
indelebile nel tempo
il profilo dell’eterno.
 
              Lucia Giongrandi
                                                       

martedì 18 aprile 2017

Un poeta di Marina Laurenti

UN POETA
 
Parliamo di poeti, niente viene per caso, io triestina doc, sposo un piemontese doc e vengo a Torino. Una anziana zia di mio marito nata nel gennaio del 1900 viene a trovarci e cosa mi porta come regalo? Due libri di poesie, naturalmente in piemontese.
Uno si chiama Alfredo Nicola detto Alfredino e l’altro Nino Costa. Questa zia il Costa l’aveva conosciuto in Famiglia Torinese e apprezzato molto per come scriveva con amore tutto sulla sua amata Torino.
Nel 1922 ha incominciato a pubblicare qualcosa, era nato nel 1886 e morì nel 1945. Con tanta pazienza e tanta fatica, ho letto quei libri in dialetto piemontese, ora, dopo 56 annidi permanenza in questa città, parlo e leggo questo dialetto o lingua che dir si voglia. Poi facendo il corso di poesia ne ho conosciuti molti altri, Fernando Pessoa e Vivian Lamarque. Mi piacciono molto!
Uno che non è famoso è Enzo Aprea, giornalista e inviato speciale RAI, ha girato tutto il mondo ma a 46 anni per una malattia, gli sono state amputate braccia e gambe e per raccontare la sua storia ha scritto più di un libro.
La sua poesia la sento con amore grande ma anche con tanta rabbia. A una domanda fattagli, come si fa ad avvicinare un handicappato specialmente se è donna lui rispose, guardarmi, dirmi anche poverino ma pensare che sono sempre un uomo, con un cervello, una sofferenza e voglio ancora amare ed essere amato. Mi ha fatto tanta tenerezza.
 
Marina Laurenti

venerdì 14 aprile 2017

LA ZIA

La zia   di Maria Mastrocola Dulbecco


Zia. La chiamavo zia ma in realtà non eravamo neppure parenti.
Era venuta ad abitare vicino a casa mia da circa dieci anni.
Vedova, abitava da sola. Quando era arrivata aveva già settanta anni ma non li dimostrava. Agile e deliziosa, si vestiva con cura, le piaceva condurre una vita confortevole e dignitosamente vivace.
È proprio vero che gli anni non si misurano dalla nascita ma dall’aspetto e dallo spirito che una persona conserva dentro se stessa.
Eppure aveva avuto una paralisi facciale, qualche anno prima e il suo cruccio era quella bocca leggermente storta che ogni giorno, guardandosi allo specchio, cercava di correggere. Con un po’ di trucco leggero e garbato e un po’ di ginnastica facciale inventata da lei, ci era riuscita, si avvertiva appena e la sua vita scorreva tranquilla.
         A ottantasei anni, la guardavo ultimamente in quel letto rivolta spesso a guardare le due foto ben incorniciate ed esposte sopra il comò: una del marito, da tempo scomparso, ed una dei suoi passati trent’anni.
Un ritratto ben fatto, bella, uno sguardo di occhi chiari e superbi, onde dei capelli corti e ben sistemati, alla moda degli anni trenta.
Su quel letto, vedevo ancora lo stesso sguardo, lo stesso portamento altero di chi non vuole arrendersi, di chi non vuole concedere agli anni e al male la sua parte e senza forzature artificiose ci era riuscita.
Aveva dei capelli bianchissimi e bellissimi, un bianco che creare artificialmente non è possibile, morbidi, impeccabilmente pettinati. Gli occhi chiari maliziosi e sfuggenti in un ultimo guizzo di civetteria. Un corpo snello ancora da mannequin, come amava definirsi prima di cedere il passo al male e al letto.
Nulla voleva concedere a quel male che avanzava e che lei rifiutava di qualificare per quanto veramente era. Non sono mai riuscita a penetrare quella mente ancora così lucida e capire se: sapeva!
Certo, l’aiutavo anch’io nel rafforzare la sua convinzione.
Quel male, lei diceva, le era venuto per suo errore, una infezione: un giorno, raccontava, mentre eseguiva le pulizie igieniche del suo corpo, si avvide che sotto il piede si era formato un pezzetto di carne sporgente come un filo molto spesso. Senza rifletterci su tanto, passando le mani nell’atto di lavarsi, l’aveva afferrato e strappato pensando così di disfarsi di quel piccolo imbroglio che poteva dare fastidio a lei che a ottanta anni portava ancora i tacchi alti.
La sua figura alta e snella acquistava maggior risalto con quei tacchi alti con i quali era abituata a camminare sin dalla sua gioventù, che quella foto le rammentava.
Con nessuno parlò di questa cosa che in fondo era un suo fatto personale, lei era abituata da sempre a gestirsi da sola e a curare la sua salute con risultati eccellenti.
Dopo qualche mese però, quello strappo si mutò in una infezione e questa infezione, nonostante i medicamenti che eseguiva, cresceva.
Come un fiore che sboccia, senza alcun dolore (o era lei tanto forte da non denunciarlo) si limitava ad aumentare le foglie del male che non si aprivano a corolla ma si sovrapponevano, come un bocciolo di rosa nel tardo autunno quando il freddo incombente non gli dà la possibilità di aprirsi.
Queste foglie o petali si aggrovigliavano in una maniera raccapricciante formando una notevole protuberanza.
Uno sguardo rapido del dottore, il dubbio sciolto dagli esami in ospedale: “melanoma maligno”.
Certo i suoi occhi avevano colto un barlume di verità, ma il suo spirito indomabile non l’accettava.
Decise di seguire ogni terapia consigliata dai dottori ed erano loro gli amici che più considerava.
Cominciò così un lungo periodo di visite quindicinali al Day-Ospital San Giovanni di Torino.
Considerando l’età e non tenendo conto dello spirito giovanile, non ritennero opportuno intervenire chirurgicamente amputando il piede e iniziarono con una cura che consisteva nel praticare una serie di punture attorno alla parte malata nell’intento di arrestare questo dilagante male inguaribile.
I risultati erano apprezzabili ma la zia non poteva appoggiare il piede per terra, vista la posizione in cui si trovava la protuberanza.
Per di più necessitava di medicazioni multiple giornaliere e bisognava fare i conti anche con emorragie saltuarie.
Un giorno disperata e un giorno ottimista, il tempo trascorreva e va detto che per lei quel doversi recare saltuariamente al Day-Ospital era diventata un’occasione di evasione; attendeva quel giorno come una fanciulla attende di recarsi ad una festa. Si preparava per tempo in ogni minimo particolare, voleva essere elegante e quindi terminata l’ultima visita, cominciava a prepararsi per la successiva; curava il colore di ciascun capo abbinando con gusto i colori della camicetta, dei pantaloni e dei foulard i quali erano il suo debole, ne possedeva di tutte le tinte.
Quando entrava al Day-Ospital, lo faceva festosamente, salutava i malati che incontrava nei corridoi e nelle stanze con allegria. Passava in mezzo a persone che avevano solo più in fondo agli occhi la speranza e li rincuorava; riusciva a trasmettere in questi cuori un briciolo di serenità fino a far spuntare un sorriso su labbra da tempo non più avvezze a quell’atteggiamento.
Reclamava il suo posto informandosi cosa avessero di buono in cucina come se si fosse recata al Grand Hotel ed un suo cruccio era che la cucina non disponeva di vino, tanto che le infermiere, se ne avevano in proprio, gliene portavano un po’, così mangiava più volentieri.
Questo durò qualche anno, poi ci fu la bronchite e il ricovero in un ospedale diverso della città.
Il suo fare, il suo pretendere educatamente e scherzosamente faceva sì che tutti la trattassero con compiacenza.
Fu così che, guarita dalla bronchite, il primario volle parlarmi comunicandomi che la paziente aveva ben reagito alla malattia guarendo perfettamente ed espresse il suo parere su quel male che divorava il piede. Il suo consiglio era: amputare.
AMPUTARE, una parola che mai avrei ripetuto alla zia, ne sarebbe rimasta sconvolta, senza più la speranza di tornare a camminare.
Esclusi questa possibilità e il giorno dopo sarebbe tornata a casa per ricominciare la solita terapia sin lì seguita.
Invece al mattino seguente, trovai la zia che con fare autoritario di chi è ancora padrone della sua persona, rivolta ad una sua nipote, mia suocera, disse:
“Ho deciso di tagliare questo piede che mi fa tribolare”.
“Sei sicura?”.
“Sì, la gamba è mia e ne faccio quello che voglio”. La nipote ribatté: “Ti rendi conto che resti senza un piede?”.
“Certo” rispose “però non avrò più questo marciume infetto che provoca puzza e repulsione. Il professore ha detto che la mia salute è buona e che posso vivere altri dieci anni, con un arto artificiale sarò ancora in grado di camminare e vivere più serena”.
La decisione era presa e la volontà di ferro.
E così tutto era andato come voleva. Amputata la gamba, rifatto un arto artificiale; ginnastica a tutto andare fino a tornare a casa in grado di camminare da sola persino senza bastone.
Era tornata a fare i suoi lavori in casa, si metteva i pantaloni per coprire l’arto artificiale e scendeva al bar per fare chiacchierate con gli amici di sempre.
E questo a ottantatre anni.
Eppure quel male era in agguato. Non rispettava tanto coraggio e per ben due volte ancora si era riprodotto più in alto su quel pezzo di gamba che era rimasto.
Con coraggio aveva subito altre due operazioni e sempre, Lei, aveva ripreso a vivere gioiosamente.
Questo alternarsi di ricoveri in ospedale e di ritorni a casa faceva ormai parte delle sue abitudini. Il consiglio di disfarsi della casa e di andare a vivere in un pensionato veniva escluso categoricamente. La sua pensione non era altissima ma sapeva amministrarla con parsimonia e giudizio sì da avere sempre qualcosa per persone che potevano essere a lei utili.
Diventava, in questi casi, generosissima e volentieri si disfaceva di quel braccialetto, di quella catenina d’oro che possedeva e li regalava per aver avuto un giorno di compagnia. Qualche volta la rimproveravo, sempre con il sorriso, ma poi le davo anch’io qualche oggetto affinché lei potesse a sua volta regalarlo, tanta era la gioia che provava nel farlo.
Ma anche in questi regali c’era un pizzico di malizia: questo faceva sì che chi l’aveva ricevuto si sentisse in qualche modo obbligato e lei stessa, ricevendo il servizio, non si sentiva in dovere di riconoscenza, in fondo aveva pagato.
Quanti piccoli o grandi particolari si potrebbero ricordare.
Quante piccole astuzie per far sì che le persone che aveva occasione di incontrare la tenessero in considerazione.
La gratitudine era riservata solo al suo medico curante il quale, conoscendo la natura del suo male, veniva a trovarla anche se non chiamato. Penso che quel dottore, pur abituato ai mali e ai malati sarebbe gratificato e certamente lo era, nel sapere quanto bene arrecavano quelle visite.
Ho passato qualche anno a seguirla in questo suo peregrinare tra ospedali e casa, ma soprattutto gli ultimi sette mesi durante i quali ero impegnata vicino a lei in continuità, volendo che sentisse vicino una presenza affettuosa.
In quel prodigarmi vicino al suo letto alleviandole le sofferenze con farmaci che i medici mi davano da somministrarle e con sorprese giornaliere a lei care, pensavo di averle dato tanto e quasi mi compiacevo. Ma ora che ho finito di adempiere al mio compito con il curare l’atto finale che mi aveva raccomandato, il suo funerale, sentivo un gran vuoto, le mie giornate non avevano più senso, mi mancava quel contatto umano e quella voglia di vivere che sapeva trasmettermi.
Riflettendo attentamente sento che in fondo, in questo mio dare, pesa di più quanto ricevuto.
Ho assistito a qualcosa di irripetibile: ottantasette anni e una gran voglia di vivere, godendo di ogni piccola gioia e facendo progetti per il futuro.
Ed io che con la metà dei suoi anni, non riesco a pensare che si possano ancora fare progetti per il futuro.
                                                                                   
                                                                                               Maria Mastrocola Dulbecco
 




mercoledì 12 aprile 2017

Un altro amico del "Laboratorio di scrittura"


Tributo al laboratorio di scrittura
(ho scelto questo brano per celebrare il mio laboratorio. Maria)

 

Sembrerà superfluo inneggiare al Laboratorio di Scrittura dal momento che l'ho scelto; e se l'ho scelto è perché mi piace, mi appassiona confrontarmi con tutti voi, mi galvanizza a fare del mio meglio per poter starvi dietro... non è facile lo ammetto, ognuno di voi ci mette il cuore in ciò che scrive, le vostre parole incendiano l'aula dove siamo, ognuno di voi mi insegna qualcosa ed io vi respiro, perché per me siete ossigeno puro, che mi rivitalizza e mi sprona a dare il meglio di me.

Non pensavo che ormai raggiungendo la terza età, avessi ancora voglia di mettermi in gioco... l'ho fatto e lo rifarei... siete persone meravigliose, come meravigliosi sono coloro che ci danno questa opportunità: mi riferisco in primis a Maria, così dolce, ma così autoritaria e a Domenico che nel suo ruolo di  factotum e braccio destro di Maria è insostituibile.

Se dovessi paragonare il Laboratorio di Scrittura, lo paragonerei, visto che si avvicina, a un “Cenone di Natale”, dove ognuno di voi è una portata, dall'antipasto al dolce, tutti golosamente insostituibili... io mi limito ad essere per adesso un... contorno.

 

              Grazie di esistere

                                                                                                                       Giancarlo Bisterzo

sabato 8 aprile 2017

LABORATORIO DI SCRITTURA amici2016-17

IL RUMORE DEL SILENZIO
 
Sono a letto. Ormai è notte alta e da qualche minuto ho spento la luce dell'abatjour dopo aver letto, come mia abitudine, alcune pagine di un libro da troppo tempo cominciato. Cerco di rintracciare nella mia mente uno scampolo di pensiero, una chiave che apre il forziere della mia memoria lasciando uscire qualche ricordo del mio passato di bambina, e che mi accompagna verso il sonno. Mi piace ricordare, abbandonandomi nel silenzio tranquillo della notte. Il transitare dalla veglia al sonno e poi al sogno è scandito dal rumore dei miei pensieri. Ad un tratto un cigolio dal pavimento: prima mi incuriosisce e sorprende, poi mi allarma. Perché il cigolio dal pavimento si è spostato alla finestra, e da lì all’armadio, fino ai piedi del mio letto, trasformandosi in sussulto. Nel buio della stanza, il letto sembra accogliere oltre al mio corpo, anche quello di una seconda persona. Sento il mio cuore rimbalzare, come se il suo battito rimbombasse dal mio petto alla mia testa, e da qui riecheggiasse tra le mura della stanza. Accendo la luce, spaventata e sorpresa da tanto rumore; come se gocce di paura mista a curiosità si trasformassero in note di un suono melodioso che via via diventa più stridulo e continuo. Una sirena squarcia il placido silenzio della notte. Ritrovo a poco a poco la calma: il cuore riprende la sua regolare marcia, la sirena (un'ambulanza forse) è ormai solo più una lontana e flebile eco. Un rumore della notte, o il rumore dei pensieri che rompono il silenzio?
 
Maria Alessandria
 

mercoledì 5 aprile 2017

        Miei pensieri:
Le parole sono di tutti e noi possiamo raccoglierle e giocare con loro disponendole in maniera diversa a secondo del nostro umore e dell'atmosfera che ci circonda in quel determinato momento. Possiamo comunicare agli altri i nostri pensieri le nostre emozioni facendone partecipi i nostri interlocutori.
  A volte viene a trovarci la poesia e fortunati se in quel momento possiamo fermarci ad ascoltare riuscendo a tradurla sulla carta. Una poesia costruita a tavolino non trasmette la stessa emozione di una scaturita spontaneamente dal nostro cuore. A me è capitato poche volte e non sono mai riuscita a cercarla volutamente.
Ve ne ripropongo  qualcuna anche se le ripeto:
 
Maria Mastrocola Dulbecco




martedì 4 aprile 2017

Non pensare di essere arrivati troppo tarsi per sedersi a scrivere una storia.
Non si arriva mai troppo tardi, guai se tutti gli scrittori avessero pensato questo. Si sarebbe fermata  la letteratura e atrofizzati tutti i cervelli.
Ognuno ha il suo modo di raccontare, vi sono persone nate per questo, sono “narratori nati”
Le vostre  paginette mi dimostrano che, se volete, potete  raccontare e rivestire una storia con le vostre  parole. Si scrive prima per se stessi e poi per gli altri.
 Cercate di essere  sintetici e poi con la vostra  proprietà di linguaggio, potrete inventare qualsiasi storia, basta osservare il mondo che vi circonda.
 Imporsi di scrivere ogni giorno qualcosa, anche solo dieci minuti ma farlo sempre, anche se quello che scriviamo, dopo una attenta lettura, finisce nel cestino.

Scrivere è anche narrare il già narrato, ma una storia non è fatta solo di una struttura o di un “tema narrativo”, una storia è fatta anche e soprattutto di personaggi, del loro passato, della loro trasformazione, dei loro dialoghi, dei flussi di coscienza, dei problemi e degli ostacoli e di tutti quegli elementi della narrazione che arricchiscono la storia.
 
 
Scrivere è anche narrare il già narrato, ma una storia non è fatta solo di una struttura o di un “tema narrativo”, una storia è fatta anche e soprattutto di personaggi, del loro passato, della loro trasformazione, dei loro dialoghi, dei flussi di coscienza, dei problemi e degli ostacoli e di tutti quegli elementi della narrazione che arricchiscono la storia.
 
 

lunedì 3 aprile 2017

Ogni tanto scopro  di avere attivo un blog che credevo spento, chiuso.
Questo mi piace perché riesco ancora a mettere foto.
RICORDI
 
C’era una volta una ragazza giovane e sposata da poco tempo. Un giorno chiede alla suocera, come si fa un buon minestrone? La suocera risponde più verdure metti di tante qualità più viene buono.
La ragazza non è ancora brava in cucina e non sa nemmeno regolarsi nelle dosi.
La sposina va a comperare tanta verdura e di tanti tipi, ne ha comperate ben due borse piene.
Arrivata a casa pulisce tutta la verdura comprata e la mette a cuocere. Finalmente arriva la sera e con essa fa ritorno il marito che vedendo i fornelli pieni di pentole dice, ma quanti manicaretti mi hai preparato? No caro, è solo minestrone, un grande silenzio e poi il marito chiede………per caso hai una tromba?
Incredula la ragazza dice ma a cosa ti serve? Vado sul balcone e suono l’adunata e dico venite tutti la zuppa è pronta e ce n’è per un reggimento!
Quella sposina ero IO…
 
Marina Laurenti