lunedì 20 aprile 2015

Ricordi della guerra
Paura dei tedeschi
di Maria Mastrocola Dulbecco 




 


Come posso controllare le parole che si affollano nella mia mente e chiedono con insistenza di uscire fuori per essere impressi nella carta quando queste affluiscono numerose  in un mare di sensazioni, che dilaniano l’anima  e non vogliono essere più represse, provocandomi un incessante tormento.
A quali  dare la precedenza sicura per poterli  far defluire  e comporre un logico racconto che mi aiutino a districare i fili  che compongono lo scorrere  del raccontare.
I primi ricordi, non sono molto allegri, sono cresciuta con la guerra.  A sette otto anni quelli sono i ricordi  predominanti. 
Incertezza, paura!              
Paura dei tedeschi che incontravo fuori della porta. Gli aerei da ammirare in formazioni triangolari, belli da guardare, ma erano portatrici di bombe.
Io giocavo sull’uscio di quella casa, dove eravamo sfollati,  e sentivo il sibilo dei proiettili di cannoni che attraversavano il paese per andare ad esplodere al di là delle case. 
Ascoltando avevo imparato a simulare il loro sibilo che nei momenti di tregua ripetevo  per giocare a far spaventare mamma e nonna, che mi abbracciavano come a difendermi da quelle bombe.
La nonna!  E' stata l’unica ad avere avuto il coraggio di tornare a San Salvo, dove era la nostra casa, camminando a piedi, da Cupello, per andare a prenderci i vestitini pesanti, visto che stava arrivando il freddo e la guerra continuava. Eravamo stati sfollati con il caldo e si pensava potessimo far ritorno a casa entro pochi giorni, ma non fu così.
Lei, partì di buon mattino , a piedi, attraversando campi e strade deserte, arrivando a casa dove trovò un paese disabitato. Prese due fagotti di indumenti a noi necessari e riprese la strada per Cupello.
Al ritorno ci raccontò che per strada, aveva invocato continuamente il Signore che l’aiutasse ad arrivare viva. Quelle cannonate delle quali sentivamo solo il sibilo, se li era visti cadere vicino  e trovava, sul cammino, buche provocate da questi  proiettili.
Ringraziando Dio riuscì ad arrivare da noi.
Insieme a noi vi erano altri parenti e tutti, in attesa che i tedeschi andassero via, si prodigavano per il sostentamento di  questo gruppo. 
In quei giorni, contrariamente a quanto accadeva nel resto d’Italia, da noi abbondava il mangiare. Le donne facevano il pane in casa e tutti abbattevano gli animali che possedevano per non farli prendere dai tedeschi. Tutti i giorni si facevano grossi tegami  pieni di carne a (ciff e ciaff), volevo dire solo soffritti insaporiti da peperoni rossi essiccati al sole e spicchi d’aglio.
A volte, i tedeschi, che avevano allestito una cucina a fianco a noi, in una casa dei nostri parenti, ci sporgevano  pezzi di carne che avevano in abbondanza.
Una mattina arrivarono un gruppo di tedeschi che cercavano donne da portare con loro per  farsi aiutare nelle  cucine ai margini del paese.  Tutte le donne di casa si misero a sfaccendare per far vedere che erano occupate. Qualcuna ha preso in braccio il mio fratellino piccolo e accadde così che solo mia nonna era rimasta senza occupazione alcuna. I tedeschi la stavano portando via ma non avevano fatto i conti con me piccolina. Mi avvinghiai alle gambe della nonna e gridavo affinché non me la portassero via.
I due non parlavano italiano ma capirono la mia angoscia e si commossero (alla fine, anche loro erano soldati con tanto cuore). 
Mi fecero una carezza e con un sorriso mi rassicurarono andandosene via con un saluto della mano e non portarono via nessuna delle donne di casa.
Una scena che non mi ha più abbandonata ed è servita a non farmi più avere paura dei tedeschi che incontravo sulla porta.
                                                                                             Maria Mastrocola Dulbecco


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